Articolo di Nicola Ricci su Dies Goa Unit

•marzo 16, 2012 • Lascia un commento

Con piacere pubblico questo importante articolo di Nicola Ricci sul recente concerto di questa interessante e innovativa formazione.

DIES GOA UNIT – marzo 2102

Dopo tanto jazz acustico, prevalente nella programmazione del Rovigo Jazz Club, la sera del 7 marzo si è esibito un trio elettrico dalla Francia, il Dies Goa Unit. Fondato tre anni or sono, è costituito da Francois Szony (chitarra elettrica), Alexandre Del
Fa (basso e chitarra classica) e Guy Galassini (percussioni e flauto). Galassini e Szony erano già insieme intorno alla metà degli anni Settanta con la formazione rock dei Dies Irae, di cui l’assonanza nel nome odierno, in seguito hanno avuto svariate esperienze artistiche, Del Fa dirige un centro culturale nel sud della Francia e ha inciso anche con John McLaughlin.
Con loro l’atmosfera torna agli anni della sperimentazione non soltanto fusion ma anche nell’ambito della psichedelia più raffinata e del mai sopito amore per il progressive. Non a caso il trio ha aperto i concerti dei Magma, il singolare ensemble musicale d’Oltralpe che da anni racconta la saga del pianeta immaginario chiamato Kobaia sotto la guida di Christian
Vander (il quale lo scorso autunno ha pubblicato un cd per ricordare John Coltrane). Le esperienze precedenti dei musicisti si sono amalgamate per creare un’esibizione eclettica che ha abbracciato autori di diversa estrazione. Tra i brani da loro stessi composti si sono distinti “Il banchetto” con un’ottima performance alla chitarra acustica di Del Fa e “Lavorare stanca” di Galassini che cita la letteratura di Pavese. Un tributo al repertorio dei Beatles è stato concesso con “Norwegian Wood”, la canzone del 1965 riproposta con vari campionamenti, resa così in modo evocativo ed etereo. Verso il finale è arrivata “Slightly All The Time” dei mai dimenticati Soft Machine, alfieri del jazz-rock più coraggioso che la Gran Bretagna ricordi ed infine il bis ha omaggiato un’altra band da non dimenticare, i Caravan. “For Richard” è infatti un concentrato di suoni e colori caldi ed avvolgenti, una chitarra particolarmente versatile che sembra una tastiera (sempre Szony a modulare tonalità differenti), un vero manifesto del quartetto di Richard Sinclair che ancora oggi, nell’epoca della tecnologia imperante, non sembra avere perso il suo fascino.

— Nicola Ricci

Fabio Rossato e Accordeon Night @ Chez Peppotto

•novembre 12, 2011 • Lascia un commento

Implorando peraltro perdono per il ritardo con cui ne parlo (ma confidando nell’analogia che lega la buona scrittura al buon vino in termini di stagionatura) , non posso fare a meno di dire due parole sullo splendido concerto che i BLUE NAÏF hanno regalato al pubblico padovano lo scorso 26 ottobre, in una delle serate del Padova Jazz Club allo Chez Peppotto Wine Bar.

Una formazione leggermente diversa e con l’occasione ridenominata ACCORDEON NIGHT, per effetto della new entry pianistica di Renzo De Rossi accanto ai veterani Andrea Boschetti (chitarra, banjo), Alessandro Turchet (contrabbasso), Mattia Martorano (violino) e ovviamente l’accordeon di Fabio Rossato, ha dato vita a uno spumeggiante concerto dal sapore anni cinquanta. In programma un corposo menu a base di standard sempreverdi, uniti ad affascinanti brani dal sapore ora latino, ora mediorientale, ora francese, ora gitano, direttamente legati alle atmosfere speziate, poetiche e nostalgiche dell’accordion: Road To Marocco, Song For Joss, Made in France, Carovana Negra / Caravan, Pupazzetti, 10 Km al Finestrino, Nuages, After You’ve Gone, Rythmes Gitans, Tres Palabras, La Tempete, e il graditissimo bis It Don’t Mean a Thing.

Che dire? C’è poco da dire, se non che ad ascoltare la virtuosistica fantasia interpretativa di Fabio Rossato, perfettamente accompagnata dall’improvvisazione di tutti i musicisti dell’affiatato gruppo, mi sono divertito come durante un safari, piuttosto che lungo un turbinante giro del mondo in ottanta sonorità. La mano di Rossato scivola sulle astruse pulsantiere dello strumento creando tessiture vellutate, disegni sibilanti, velature cromatiche degne di un pittore fiammingo. Dalla pulsazione samba alle aperte armonie del country, dallo swing zingaresco (Martorano) ai più vertiginosi scuotimenti di corde (Boschetti e Turchet), il tutto condito dall’onnipresente tocco vagamente “old school” dell’ottimo De Rossi al piano, ogni battuta è il tassello perfetto dentro un mosaico che illustra scorci e narra storie, mutando latitudini e umori lungo la scia dell’improvvisazione.

Meritatissimi gli applausi a conclusione serata. Insomma, speriamo di rivedere presto questa formazione, e di godere ancora della loro bravura.

Filippo Albertin

Gastone Bortoloso, Arrangiamenti per il Premio Sergio Endrigo

•ottobre 27, 2011 • 1 commento

Con piacere pubblico questa notizia che ha come protagonista il nostro amico Gastone Bortoloso, sublime trombettista e straordinario big-band-leader!

Bortoloso: omaggio a Endrigo
ci sembra giusto menzionare il recente riconoscimento ottenuto dall’amico
trombettista Gastone Bortoloso, più volte ospite del Rovigo Jazz Club, nel
corso del Premio Sergio Endrigo che si è svolto il 3 ed il 4 ottobre al Teatro
Smeraldo di Milano: appositamente per questa rassegna Bortoloso ha curato gli
arrangiamenti orchestrali di ben trenta brani, sia editi che inediti, con il
consueto impegno e passione. Alle due serate –  premiate da un notevole
successo di pubblico – sono intervenuti anche Franco Cerri e Renato Sellani,
due autentiche “colonne” del jazz italiano.

Articolo di Milena Dolcetto su Michele Polga & Fabrizio Bosso 5et

•ottobre 12, 2011 • Lascia un commento

Pubblico con piacere questo recente articolo a firma Milena Dolcetto.

Duetto sax e tromba; due ore di adrenalina. Applausi prolungati al Polga & Bosso Quintet

Non poteva esserci migliore apertura per «I concerti d’autunno», rassegna concertistica organizzata dal Rovigo Jazz Club e dall’assessorato alla cultura del Comune in collaborazione con Centro Porsche Padova. Mercoledì sera il Ridotto del teatro cittadino ha ospitato un concerto strepitoso con il sax tenore di Michele Polga a duettare con la tromba di Fabrizio Bosso. Ovviamente strepitosi, ammirati tante volte dal pubblico internazionale e già ospiti in città in altri appuntamenti. Qui erano esaltati da tre partner d’eccezione quali il pianista Luca Mannutza, il contrabbassista Luca Bulgarelli (applauditissimo nel concerto con Pieranunzi di maggio sempre al Ridotto) e dal batterista Tommaso Cappellato: vale a dire il meglio del jazz italiano. Un quintetto generoso, che con l’occasione di presentare il nuovo disco, ha omaggiato una sala gremita di pubblico attento e soddisfatto, in un percorso carico di emozione. Affiatati, impeccabili sia nella sintonia del fraseggio comune che nello scambio delle parti, i musicisti non si sono risparmiati, giocando sull’amalgama del gruppo e sulle qualità solistiche di ognuno. Parlare del timbro creato negli assolo o dell’impasto degli assieme, sottolinea quella caratteristica tipicamente italiana di far esaltare la musica, sia essa d’accompagnamento che nel lirismo dei temi. Clouds over me, Bemsha swing, Cream, Corner, Body and soul, Re trane, Two friend, Mi diverto: questi i brani in scaletta per due ore di adrenalina pura. Applausi scroscianti. Anna Paola Nezzo, assessore alla cultura del Comune, Nino Marotta, presidente del Rovigo Jazz Club e il delegato di Porsche, sponsor della rassegna, a fare gli onori di casa al Ridotto che è diventato da marzo uno dei principali punti di riferimento del jazz in città.

Milena Dolcetto – Il Gazzettino, venerdì 07.10.2011

Suonala Ancora Max

•settembre 12, 2011 • 2 commenti

Chi vi parla, tendenzialmente, non è un amante del blues, quindi le parole che seguiranno avranno maggior forza. Mi riferisco all’esibizione, lo scorso mercoledì 7 settembre allo Chez Peppotto di Padova, per la rassegna organizzata dal Padova Jazz Club, di Max Lazzarin (piano e voce) assieme alla Barrelhouse Jazz Band, con Andrea Boschetti al banjo/ukulele, Giacomo Scanavini al sousafono, Mattia Martorano al violino e Riccardo Pajo alla batteria. In programma un “viaggio senza ritorno” nella New Orleans passata e presente.

Si parte con un Jelly Roll Morton, per poi andare su canti nativi della Louisiana e canzoni militari sudiste. Subito dopo, una carrellata entusiasmante di autori come Dr. John, Professor Longhair, James Booker, Jon Cleary, Henry Butler, Robert Johnson e Hank Williams. Insomma, in quanto ad atmosfere e colori, veramente di che saziarsi. Anche perché quella di Lazzarin non è una semplice voce blues, ma un whisky stagionato con passione che scivola senza soluzione di continuità dall’ugola ai tasti del piano, in sonorità mai sentite, che sbocciano come fiori in un giardino fatato di racconti e ricordi.

Lasciando veramente da parte la forse un po’ stucchevole retorica dell’alcool, c’è da dire che con Max Lazzarin e gli ispirati musicisti della Barrelhouse ho avuto veramente l’impressione di entrare in una fornitissima e accogliente birreria, dove un sapiente mescitore mi ha condotto attraverso etichette, profumi e sensazioni una diversa dall’altra, dalla più divertente alla più nostalgica. E non ho problemi a spendere la parola “poesia”, perché un pianoforte collegato in presa diretta con la gola di chi lo suona,  in grado di disegnare nella mente di chi ascolta un mondo di storie americane narrate accanto al fuoco, di certo mi evoca nomi da Walt Whitman a Charles Bukowski, e scusata se è poco.

Bravissimi anche i compagni di viaggio (stavo per dire “di sbronze”) del nostro superbo pianista narratore: Boschetti, sempre preciso nelle sue pennellate ora al banjo, ora all’ukulele; Martorano, con le sue accentature manouche; Scanavini, intento a garantire una costante base armonica capace anche di intenso protagonismo melodico; e Pajo, sempre divertentissimo nelle sue istrioniche evoluzioni percussive. Insomma: un mondo di frastuoni, sussurri e pulsazioni che mi hanno fatto viaggiare fischiettando e ondeggiando dalla prima all’ultima canzone.

Filippo Albertin

Articolo di Nicola Ricci su Claudio Fasoli “Four” & Enrico Pieranunzi Trio

•maggio 27, 2011 • Lascia un commento

Due grandi serate al ridotto del Teatro Sociale, nella rassegna “Concerti di primavera” organizzata dal Rovigo Jazz Club.

Il 13 maggio Claudio Fasoli ha presentato “Four”, la sua nuova formazione che comprende il chitarrista Michele Calgaro, il contrabbassista Fabio Calgaro e il batterista Gianni Bertoncini.

Fasoli è uno dei più quotati sassofonisti italiani, ha suonato tra il 1971 ed il 1976 nel quintetto Perigeo, che molti ricordano come gruppo di punta del “jazz progressivo” europeo (tra l’altro definito dai responsabili del sito specializzato progarchives.com come “influenti allo stesso modo dei Weather Report”) , per poi collaborare con un gran numero di musicisti internazionali. Suona con la consueta abilità sia il sax tenore che il soprano.

Con il progetto “Four” sta preparando un album di cui ha dato anteprima a Rovigo con composizioni totalmente nuove come “Bassofondo” (di Michele Calgaro), “Fyra” (introdotta da un pregevole assolo di percussioni di Bertoncini), “Not Kiddin’” e la cover di “Invitation”.

Enrico Pieranunzi, nato nel 1949 a Roma e considerato un grande del pianoforte, si è esibito la sera del 17 maggio. La sua lunga vicenda artistica, iniziata negli anni Settanta, comprende anche premi internazionali di prestigio e oltre 60 incisioni pubblicate.

Accompagnato da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria, ha proposto alcune sue composizioni, tra le quali “Castles of Solitude”, la latineggiante “Detràs màs allà” e “La strada” di Nino Rota (un estratto dallo splendido album “Fellini Jazz” da lui registrato nel 2003 insieme a Kenny Wheeler).

Entusiasta il pubblico che ha richiesto a gran voce un bis: Pieranunzi li ha accontentati all’istante proponendo una trascinante trasposizione di un blues di Charlie Parker, per ricollegarsi allo storico periodo del be-bop degli anni Quaranta. Ha anche confessato che da ragazzo aveva annotato coscienziosamente e suddiviso per tonalità i brani dell’amatissimo Parker per poi assimilarli meglio al pianoforte.

Due concerti che rimarranno senza dubbio nella storia del Rovigo Jazz Club per l’alto profilo dei protagonisti, sottolineando il successo dell’iniziativa al Teatro Sociale.

Nicola Ricci

Articolo di Nicola Ricci su G.B. Orchestra

•aprile 10, 2011 • Lascia un commento

Con piacere pubblico il bell’articolo a firma di Nicola Ricci, a suggellare il successo del recente concerto della big band Gaetano Bortoloso a Rovigo (vedi servizio fotografico di Paolo Ferrari).

G.B. ORCHESTRA a Rovigo – 5 aprile 2011

La grande musica non ha età. Per questo ha ottenuto un brillante successo il concerto della GB Orchestra diretta da Gastone Bortoloso martedì 5 aprile al ridotto del Teatro Sociale, nella rassegna “Concerti di primavera” organizzata dal Rovigo Jazz Club. La nuova formazione, che ha debuttato a Bassano Del Grappa a marzo, è frutto dell’idea del leader di proporre una linea musicale che parte dallo swing per arrivare allo stile funky-jazz portato alla ribalta negli anni Settanta da artisti come Herbie Hancock, i Weather Report e Maynard Ferguson. Trombettista vicentino dal nutrito curriculum artistico, Bortoloso è sulla scena da diversi anni, ha avuto occasione di collaborare con molti nomi di rilievo internazionale e oggi insegna tromba alla scuola Gershwin di Padova e alla “Thelonious” di Vicenza.

L’organico è composto da dodici membri oltre al leader e riesce a spaziare abilmente in un repertorio che parte dagli anni Trenta, con una pregevole “Body And Soul”, per arrivare agli anni Settanta, sempre con vivaci e curatissimi arrangiamenti predisposti in gran parte dallo stesso Bortoloso. L’orchestra si adatta con naturalezza alle varie epoche riuscendo a creare un’atmosfera evocativa e stimolante, come ha dimostrato nella splendida riproposizione di “Estate” di Bruno Martino, introdotta dapprima dal flauto di Toni Carraro e poi, durante i bis, dal pianoforte di Paolo Vianello. Molto apprezzate anche “Summertime” di Gershwin
(che passa senza soluzione di continuità in una trascinante “Gospel Joe”), “Blues For Basie”, composta dallo stesso Bortoloso, e “Gonna Fly Now”, diventata popolarissima grazie al film “Rocky”.

I vari solisti dell’orchestra hanno creato un tessuto dinamico ideale, offrendo spunti ed occasioni e suscitando immagini che il leader, di volta in volta, ha saputo cogliere per lanciarsi in decisi e generosi assoli di tromba e filicorno.
Si è passati così con grande agilità dalla ballata al funky fino alle reminiscenze del blues. I fiati hanno avuto modo di esprimersi al meglio e la ricerca timbrica ed estetica dei i membri dell’orchestra per tutto il concerto si è rivelata un elemento qualificante, mettendo nel giusto risalto le possibilità sonore di ogni strumento, compresa la chitarra elettrica di Manuel Mocellin.

Prima di eseguire i bis Bortoloso ha concesso un breve momento di dialogo/intervista, illustrando le motivazioni che hanno portato alla nascita dell’attuale formazione, i progetti futuri (una prossima esibizione al prestigioso Festival Jazz di Vicenza) e l’importanza degli arrangiamenti messi a punto insieme agli orchestrali, per poi lanciarsi in “Birdland”, composto da Joe Zawinul, forse l’ultimo vero “classico” del jazz in ordine di tempo.

La G.B. Orchestra ha inoltre in programma una serie di registrazioni per il prossimo CD, che rappresenterà quindi una nuova tappa della loro percorso artistico.

Nicola Ricci