Blue Naïf: Degustazioni di Jazz tra Parigi e New Orleans



Mi piace sempre sedermi ad ascoltare questi sapori dimenticati del Jazz, e ieri il concerto dei Blue Naïf — nome perfetto per rappresentare il loro genere — ha confermato in pieno questo piacere immenso. Per metà li conoscevo: da un lato l’archetto languidamente zingaro, vibrante e sapiente, scivolato sulle corde del violino di Mattia Martorano; dall’altro la chitarra di Andrea Boschetti, col suo tipico sound decantato all’ombra del tocco di Django Reinhardt, ma capace di attingere dalle tradizioni più disparate in un ecclettismo sempre efficacissimo. Per l’altra metà sono stati invece una sorpresa da degustare come raro vino d’annata: la fisarmonica di Fabio Rossato — che ho riconosciuto essere una vecchia conoscenza conservatoriale di prima gioventù — sorta di prolungamento naturale del violino e insieme pulsazione, brunitura, bizzarra decorazione, contrappunto intriso di fuoco e poesia; e poi il grande contrabbasso di Alessandro Turchet, trasparentissimo nel fraseggio (forse il più sgranato e fresco che io abbia potuto ascoltare fino ad oggi tra le giovani generazioni), costantemente ispirato in un mix ideale di melodia, improvvisazione pura e punteggiature tipiche del genere manouche. Una musica, quella dei Blue Naïf, che giunge come un rivolo di fiumiciattolo, che si avvicina in punta di piedi per sussurrarti una storia. Musica che è cinema e letteratura, musica che narra e indugia per definizione, laddove l’indugio diventa sistematico ammiccamento sospeso in una sequenza di accordi e temi. Musica che sa di porto e osteria, ma anche di giardini e fontane, musica fischiettata, grattata ma non graffiata, scanzonata ma mai volgare, alcolica certamente, ma non alcolizzata. Si direbbe una musica frutto di incessante distillazione, un filo di fumo profumato che sale nella semioscurità di un bistrot parigino; e qui fisarmonica e violino, contrabbasso e chitarra, si riuniscono librandosi sullo sfondo di un cielo azzurro, spumeggiano come uno stormo di gabbiani per poi tornare a snocciolare il loro ritmo bollente. E il ritmo qui è il protagonista. Ritmo che ti costringe a muoverti, ritmo che è pellicola di Buster Keaton e viaggio tra Parigi, New Orleans e l’America Latina, tra un Duke Ellington e un saloon, un valzer e una rumba; ritmo che suddivide l’apparentemente esiguo spazio di una battuta in una miriade brulicante di sincopi e sfumature, strizzatine d’occhio e umori, per poi scomparire in un bisbiglio estatico ed ebbro. Musica che, in definitiva, ti disegna dentro una domanda: come può solo una musica essere tutto ciò? E la risposta è solo una: suonala ancora.

Vedi gallery by Renzo Gilioli

Filippo Albertin
filippoalbertin [at] gmail.com

~ di Filippo Albertin su gennaio 28, 2011.

6 Risposte to “Blue Naïf: Degustazioni di Jazz tra Parigi e New Orleans”

  1. Si direbbe che la musica ti ha disegnato dentro un’immagine. La domanda mi sembra retorica.
    La domanda potrebbe porsela chi guarda l’immagine che hai descritto.
    La risposta allora potrebbe essere: ascoltala ancora.

  2. Suonala ancora nel senso: non so come funziona, ma so che funziona.

  3. Allora possiamo “traslare” la jam session: tu descrivi l’immagine che ti suggerisce un “ascolto”; io descrivo l’immagine che lo stesso “ascolto” suggerisce a me; e se improvvisamente [pdf di un accadimento … da approfondire questa sera a Bologna] – che le nostre descrizioni concorrono a creare un effetto d’insieme … paragonabile a una Jam Session?

  4. Penso che l’effetto d’insieme ci sia sempre, e sia il prodotto (a) dell’intensificazione dovuta alle immagini comuni, e (b) dal conflitto creativo delle immagini che, non comuni, producono nuovi punti di vista. Si può produrre il caos, certo. Ma qualsiasi caos, se analizzato microscopicamente, ha elementi che possono essere interessanti. In un recente post ho commentato un interessante album del 1975 di un certo Brian Eno. Si intitolava Discreet Music. Partiva da un noto brano — il Canone in Re di Pachelbel — e lo elaborava lungo due direzioni sostanziali: il suono e la velocità delle singole parti. Queste parti, desincronizzate, entravano in somma e opposizione di fase, producendo una sorta di acquerello sonoro la cui estetica consisteva nel contrasto e giustapposizione di armonie ora caotiche ora estatiche. Penso che una cosa del genere capiti nella jam session in quanto tale. E che possa essere applicato altrove.

  5. Ma l’effetto Jam Session, applicato altrove, ha bisogno di qualcosa che equivalga al “RITMO”. Nel caso della musica, come dici nel post …

    “il ritmo qui è il protagonista. Ritmo che ti costringe a muoverti, ritmo che è pellicola di Buster Keaton e viaggio tra Parigi, New Orleans e l’America Latina, tra un Duke Ellington e un saloon, un valzer e una rumba; ritmo che suddivide l’apparentemente esiguo spazio di una battuta in una miriade brulicante di sincopi e sfumature, strizzatine d’occhio e umori, per poi scomparire in un bisbiglio estatico ed ebbro.

    Spostandoci altrove [in ambiti “NON MUSICALI”], dovremo individuare un protagonista?

  6. Non direi “un” protagonista, ma “dei” protagonisti, per metà esperti, per metà semplici portatori di contenuti. In ambito non-musicale questo dovrebbe essere più semplice.

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