Hollie Grey e il Jazz degli Appalachi

Conturbante, inedita e salottiera l’esibizione di ieri sera alla Locanda Valmolin.  Sul palco la bravissima Hollie Grey, versatile voce di soprano accompagnata da una formazione, visto il connubio non semplice di jazz e melos, di pari originalità. Al piano Milena Dolcetto (già nota a noi nella veste di giornalista e organizzatrice), affiancata dal sublime binomio di tromba e armonica di Stefano Muscovi, e da Gabriele Bolcato alla tromba e flicorno. In programma numerose e scintillanti musiche americane, raccolte in quella terra di confine tra folk, jazz e classica che è il mondo armonico di Leonard Bernstein e Aaron Copland (che di Bernstein, mi permetto di dire in una annotazione secondo me illuminante, fu anche compagno), oltre che di illustri affini.

Da pianista e compositore di derivazione classica non posso fare a meno, nel descrivere questo miscuglio di opera lirica e tradizione afroamericana (vedi alla voce West Side Story) dentro un intimismo da New England di fine Ottocento, di sottolineare il tocco fulgido e ampolloso di Milena Dolcetto; la sua stessa figura, le braccia sottili e muscolose che mi ricordano ancora adesso tante compagne di conservatorio, l’uso del pedale armonia per armonia, quasi battuta per battuta, a tessere un tappeto sonoro perfetto, nel suo carattere ora vittoriano ora cinematografico, per questo jazz così lontano dal jazz che di solito si suona in giro.

Bravissimi i trombettisti, che hanno cadenzato le belle song della serata con amichevoli fraseggi, sberleffi e tocchi poetici. Una nota particolare per l’armonica di Muscovi, con i suoi inserti taglienti e ispirati (quasi un flash dell’America musicale che sarebbe arrivata dopo questi lied sincopati di lingua inglese) diffusi come un tema conduttore lungo il programma.

Tema della serata, il cibo, con un menù parodistico “alla francese” suggerito dalla fantasia dello stesso Bernstein. Ed esattamente in questo spazio, appunto lungo questa linea di confine fatta di piccoli pezzi da gustare come assaggi microscopici di gigantesche sinfonie del gusto, si è inserita la vocalità della nostra protagonista. Versatile e morbida, ma nello stesso tempo capace di produrre quei rumorismi e quelle bruniture tipiche della verve statunitense,  Hollie Grey si è dimostrata perfetta, discreta ed ammiccante, composta e spettinata nel contempo. Come dire: non c’è nulla che vieti l’uso della voce lirica nel jazz; anzi. E i numerosissimi applausi l’hanno confermato.

Filippo Albertin
filippoalbertin [at] gmail.com

~ di Filippo Albertin su novembre 30, 2010.

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