Foto di Tommaso Rosa Concerto di Harold Mabern 09 09 2014

•settembre 25, 2014 • Lascia un commento

HAROLD MABERN, “JAZZ PIANO LEGEND” – 9 settembre 2014 – articolo di Nicola Ricci

•settembre 20, 2014 • Lascia un commento

Una leggenda del piano jazz. Con questa definizione è stato presentato Harold Mabern, veterano dellla musica arrivato in città per un evento speciale il 9 settembre al ridotto del Teatro Sociale.

Mabern è nato nel 1936 e alla fine degli anni Cinquanta, quando si trasferisce a New York, decide di inserirsi nel mondo dei jazzmen, guadagnando così la fiducia di nomi di rilievo come Sonny Rollins, Sarah Vaughan, Lee Morgan e molti altri. Lo nota anche Miles Davis, che lo vuole con lui per una tournée negli Stati Uniti nei primi mesi del 1963, proprio nel periodo in cui sperimenta nuove soluzioni stilistiche con il quartetto in cui milita un giovane George Coleman al sax tenore.

Mabern racconta volentieri le sue esperienze. “Naturalmente fare il leader di un gruppo è un traguardo, ma essere un valoroso sideman è un’arte particolare” rivela dopo aver terminato le prove, “perché ad ogni occasione devi entrare nella giusta sintonia con gli altri e confrontarti con mondi espressivi costantemente diversi. Questo determina la crescita di un pianista, si impara molto e ci si fa apprezzare dagli altri strumentisti”.

“Se tu vai a New York City”, prosegue, “puoi trovare un gran numero di locali dove poter incontrare nuovi musicisti e fare esperienze preziose, come lo Smoke Club, a Broadway. Ci sono tanti giovani che suonano con passione ed è un piacere per me ritrovarmi insieme a loro per le jam-sessions, non mi accorgo nemmeno che passano le ore. E poi esiste ancora lo storico Birdland, ispirato da Charlie Parker: anche se alcuni anni fa è stato spostato dalla prima sede è rimasto un luogo di culto per chi ama veramente il jazz”.

Insieme a lui hanno suonato il sassofonista Valerio Pontrandolfo, già collaboratore di Steve Grossman, il contrabbassista Luca Pisani, il chitarrista John Webber, allievo dello stesso Mabern alla Paterson University, ed il funambolico batterista Joe Farnsworth. Durante l’esibizione, iniziata proponendo The Night Has A Thousand Eyes, il quintetto non si risparmia, rilegge ogni brano da punti di vista personali e Mabern riesce ad inserire in ogni suo assolo una girandola di idee e di temi diversi (anche una melodia degli Steely Dan).

Pontrandolfo rivela la sua personalità di sassofonista tra i migliori della sua generazione e Farnsworth si lancia con vigore in un assolo di batteria, incitato dagli altri componenti. Al termine, Mabern esegue in solitudine My Favorite Things unendo efficacemente il celebre tema con un brano di Quincy Jones del periodo funky (Ai-No Corrida). “Ho voluto farlo perché quel pezzo mi è sempre piaciuto”, confida prima di partire, “credo proprio che ne inciderò una mia versione un giorno o l’altro…”

Dopo questo splendido inizio, il Rovigo Jazz Club riprende i concerti con la rassegna d’autunno dal 18 ottobre al 30 novembre, con un programma che manterrà vivo l’interesse degli iscritti e degli estimatori.

Articolo di Nicola Ricci su Sugarpie and the Candymen – Concerto del 16 maggio 2013

•maggio 17, 2013 • Lascia un commento

SUGARPIE AND THE CANDYMEN
“Celebrating Django Reinhardt”
Museo dei Grandi Fiumi, 16 maggio 2013

La data del 16 maggio ha un particolare significato: quel giorno, nel lontano 1953 una implacabile malattia poneva fine all’esistenza di Jean “Django” Reinhardt, ritiratosi nei pressi di Fontainebleau, nella sua amata Francia. A soli 43 anni se ne andava il più dotato musicista che l’Europa abbia espresso nel campo del jazz: pioniere della chitarra elettrica, artefice di quel piccolo miracolo musicale che venne denominato “stile manouche” o gipsy-jazz e oggetto di lodi da parte dei maggiori jazzisti americani della sua epoca.

Giusto un anno fa abbiamo ascoltato Christian Escoudé ed oggi, per il sessantesimo anniversario della scomparsa di Django, il Rovigo Jazz Club ha offerto un evento presso il Museo dei Grandi Fiumi con l’esibizione del quintetto Sugarpie & The Candymen. Il gruppo è attivo dal 2008 ma si è già guadagnato sul campo dei riconoscimenti importanti come il Premio speciale del pubblico al Festival di Ascona nel 2011. La loro idea musicale è quella di rendere swing una varietà sorprendente di composizioni, anche del mondo del rock anglosassone.

Ci si è lasciati dapprima trasportare negli anni Trenta e Quaranta con pezzi storici di Django come “Minor Swing” e la splendida “Nuages” (eseguita con gusto ed inventiva dal chitarrista Jacopo Delfini) ed altri di quel periodo che ormai sono dei classici come “It Don’t Mean A Thing” e “I Can’t Give Yoy Anything But Love” per poi procedere piacevolmente nel tempo verso i Beatles di “Drive My Car” e i Queen dell’articolata e quasi operistica “Bohemian Rhapsody”. Sembrano così improbabili le coordinate swing? No, il gruppo riesce a plasmare come fosse naturale le partiture più disparate, con la capacità di adattamento vocale di Giorgia Ciavatta che infonde una vitalità alla musica davvero contagiosa, grazie ad una sapiente mistura di candore ed energia. Il pubblico ha sottolineato le esibizioni con applausi spesso e volentieri a scena aperta. Unico brano in italiano è “Aveva una casetta”, composizione accattivante ed ironica firmata dagli stessi Candymen, ricordando la lezione del Maestro Barzizza. La canzone è inclusa nel loro CD intitolato “Swing’n’Roll”, edito dalla Casa indipendente emiliana Irma Records.

Un plauso alle due chitarre (tipicamente manouche quella di Delfini ed elettrica quella di Renato Podestà) suonate con grande versatilità e fantasia, al contrabbasso di Lorenzo Conte (musicista veneto di qualità già apprezzato insieme a Mattia Cigalini) e la ritmica autorevole e precisa del batterista Roberto Lupo.

Al termine della performance, scendendo le scale, ci si accorge che le chitarre risuonano ancora nella penombra del chiostro degli Olivetani e, come per incanto, si diffonde il piacere di improvvisare in libertà partendo da qualche evocativa melodia dei tempi andati.

Un affettuoso omaggio a Django, maestro indimenticabile, ma anche uno sguardo lanciato altrove.

Nicola Ricci

23/03/2013 Concerto di BEST & BLUES POWER al Ridotto del Teatro Sociale di Rovigo, articolo di Milena Dolcetto

•marzo 26, 2013 • Lascia un commento

Il Blues arriva al Ridotto del Teatro Sociale e si fa spazio tra le leggende
del jazz con un grande interprete. Maurizio "Best" Bestetti, chitarrista
strepitoso, si apre al numeroso pubblico con naturalezza sciolta e spiccia.
Sabato sera si racconta, ancor prima di suonare, con una comunicabilità diretta
che arriva al suo significato e alla sua essenza nel momento dell’ascolto
musicale. Bravissimo, un talento fresco ed energico, Bestetti fa trio con altri
due musicisti di grande sapienza: Michael Lösch al pianoforte e hammond e
Enrico Tommasini alla batteria. Musica vera, che tocca le corde degli
ascoltatori: sintesi di una grande esperienza artistica ma anche di quello che
c’è dietro, nelle pieghe della vita e dell’anima. I testi raccontano persone e
sentimenti, senza veli. L’artista è di quelli autentici e il pubblico si gode
questa dialettica forte, buttata lì così, con naturalezza. Le tracce del disco
“The Walking Man” si susseguono e si arricchiscono di storia (storia personale,
storia della musica). Applausi scroscianti e bis generoso. Tra il pubblico
qualcuno suggerisce di togliere le sedie per poter ballare! “The Walking Man” è
un cd toccante: c’è dentro la vita quanto la morte. Perché “un attimo ci siamo
– dice Bestetti – e l’attimo dopo…chissà”. Al Ridotto c’era anche Mario
Marcassa titolare di Cat Sound, studio di Badia Polesine dove è stato
registrato il cd, vera eccellenza del territorio. Ringraziamenti agli
organizzatori da parte dei tesserati (Rovigo Jazz Club e assessorato alla
cultura del Comune) per un cartellone di ampie vedute, oltre che per gli
artisti di calibro internazionale ospitati. Nino Marotta, presidente del jazz
club (nella foto), ringrazia i padroni di casa (Comune) e il Centro Commerciale
la Fattoria e Fondazione Cariparo che con i loro contributi rendono possibile
questa rassegna.

Concerto di “Luigi Grasso 4et” al Ridotto del Sociale di Rovigo – Articolo di Milena Dolcetto

•marzo 7, 2013 • Lascia un commento

Eleganti nel suono, eleganti nella presentazione al pubblico, abito scuro, camicia bianca e cravatta.

Così si sono esibiti martedì sera davanti agli amanti del jazz i musicisti protagonisti di quello che è stato un concerto memorabile al Ridotto del Teatro Sociale. Luigi Grasso, classe 1986, sassofonista di una bravura straordinaria, è arrivato a Rovigo con il fratello Pasquale (classe 1988), chitarrista che si è meritato gli elogi del grande Pat Metheny. Due talenti della musica che ormai l’Italia può gustare solo nelle rare tournée che fanno nella penisola. Uno vive a Parigi, l’altro a New York e lì suonano ed esprimono il loro straordinario talento che da prodigio di due ragazzini votati alla musica si è trasformato in una maturità eccellente. Luigi usa lo strumento come se avesse sotto le lunghe dita i tasti di un pianoforte (che utilizza quando compone). Suono incredibilmente rotondo e vibrante, negli acuti quanto nei bassi, esegue temi di grande pathos esibendo anche un’abilità comunicativa effervescente. Pasquale unisce una tecnica sapiente ad una istrionica vena melodica. Bello: viene da dire “si sente che sono italiani”. Il gusto per il fraseggio morbido e lussuoso dei temi rimane anche nelle improvvisazioni stratosfericamente virtuose. Non ci si sbaglia: il pubblico capisce che sono due fuoriclasse. Con loro altri due artisti eccellenti. Il contrabbassista veronese Luca Pisani, a disegnare con il suo strumento trame sapienti e in armonia con il gruppo (anche lui virtuosismi da grande) e poi il batterista texano Keith Balla che ha fatto gustare mille e mille volte la sapienza dell’uso del suo strumento. Bellissimi i preludi a lui dedicati, apprezzata la sinergia dell’intero gruppo nei dialoghi, nella polifonia generale e anche la grande precisione nei cambi di tactus, repentini e allo stesso tempo non esasperati, ben congeniati come gli arrangiamenti dei grandi miti del jazz. E poi le musiche composte da Luigi Grasso: vere perle. La scelta di non amplificare gli strumenti ha dato ragione al gruppo. La bella sala ottocentesca è stato capita e usata per quello che può dare dal punto di vista acustico e il risultato è stato eccellente. Si vede che Luigi e Pasquale Grasso arrivano dalla musica classica! Pubblico affascinato. Il jazz club rodigino e l’assessorato alla cultura del Comune dovranno mettere in preventivo di richiamare ancora questo quartetto pazzesco. Ragazzi autentici ed educati, dal bel sorriso leale, ancora prima che musicisti. Ma forse è proprio questo che fa la differenza.

“Bisconce & Ivan Tibolla Trio” – articolo di Milena Dolcetto

•novembre 7, 2012 • Lascia un commento

Un ottimo musicista, il pianista e compositore Ivan Tibolla, è stato
applauditissimo ospite dei concerti jazz al Ridotto del Teatro Sociale.
Invitato dal jazz club cittadino, che ha proposto per questi tre mesi di
fine anno un rinnovato cartellone in collaborazione con l’amministrazione
comunale di Rovigo – Assessorato alla cultura, l’artista di Belluno ha
presentato un lavoro inconsueto, originale, che ha trovato nella bella sala dell’Ottocento la collocazione giusta per un’esecuzione positiva. "Bisconce: la Poetica dell’Amico Immaginario" è stato un viaggio indagatore nella creatività e nella fantasia umana, attraverso la composizione e la sua componente ludica, che si alimenta incessantemente di relazioni e immaginazione. Assieme ai bravissimi Raffaele Bianco al basso e a Graziano Colella alla batteria, le musiche composte da Tibolla hanno saputo farsi viatico di un viaggio tra il pensiero del Fanciullo e quello del personaggio inventato, percorso condiviso da un sacco di bambini. Ma c’è anche la storia di casa, gli amici, le vicine alla finestra e il ponte sul quale da fanciullo giocava, per una serata intensa ed emozionante.
I brani in scaletta: Il Colombre, Musica blu, Milonga, Musica Gialla, Madre,
il brano senza titolo in 7/4, Marghera, Choro per Bisconce, Passerella. E
poi Astori Piazzolla per bis, con un arrangiamento di Oblivium e Foot
Prince. Applausi scroscianti da un pubblico che non ha saputo resistere e
spesso sulla sedia ballava ai ritmi incalzanti degli esecutori.

Milena Dolcetto

Rassegna d’Autunno 2012 – Luma Lourenço & Marco Di Marco American Trio – articolo di Nicola Ricci

•novembre 6, 2012 • 1 commento

Con l’autunno ritorna il jazz al ridotto del Teatro Sociale, sempre con eventi organizzati dal Rovigo Jazz Club, per un ciclo di serate che arriveranno alle soglie del Natale.

Il programma è stato presentato nella Sala della Giunta al Comune di Rovigo il 18 ottobre, alla presenza dell’assessore alla Cultura, Anna Paola Nezzo.

La sera del 23 ottobre primo concerto con la cantante brasiliana Luma Lourenço, che ha proposto brani di sua composizione come Linha Directa e Teu Beijo alternandoli a canzoni di grandi autori come Djavan (Milagreiro e A Rà ) e l’immancabile Jobim di Garota de Ipanema.

Si è distinto il pianista Paolo Vianello, che sta girando i maggiori teatri italiani al fianco di Ornella Vanoni, con le sue gradevolissime fantasie cromatiche alla tastiera (ne ha dato dimostrazione anche nello strumentale Cravo e Canela), al basso Paolo e alla batteria Luca Bortoluzzi. Come già ascoltato alla Locanda Valmolin due anni fa, Luma è una eclettica cantante dotata di una voce sensuale oltre che di una presenza di scena che coinvolge.

Evento speciale, fuori della programmazione ufficiale, sabato 27 ottobre con l’esibizione del pianista Marco Di Marco con il suo American Trio.

Riassumere il curriculum di un artista come Di Marco, presente nella discografia sin dal 1970, è piuttosto arduo in poche righe, basta solo dire che negli Stati Uniti è stato definito “uno dei più sorprendenti fenomeni del jazz europeo” (parole della rivista Down Beat) e che ha ricevuto numerosi premi internazionali. Al Ridotto ha incantato la platea dimostrando la consueta padronanza della tastiera, nella riproposizione di temi classici come It Could Happen To You, Autumn Leaves e Yesterdays, a dimostrare le ricche fonti alle quali la sua musica attinge. Tra i brani di sua stessa composizione, Ma petite chanson è stata dedicata all’amico e collega francese Jacky Samson, scomparso poche settimane or sono.

La sua è una profonda sensibilità interpretativa, perfettamente coadiuvata dai due americani al suo fianco, Chuck Israels al contrabbasso e Bill Goodwin alla batteria. Israels è un musicista ed arrangiatore di grandi trascorsi (negli anni Sessanta a fianco di un gigante come Bill Evans e durante un’incisione anche con John Coltrane), dirige negli USA una sua orchestra con la quale propone un discorso musicale di ampio respiro con coraggiosi adattamenti ormai controcorrente nel panorama odierno. Il batterista Goodwin ha suonato con Phil Woods e col quartetto di Gary Burton, oltre ad aver partecipato al pregevole album di Tom Waits Nighthawks At The Diner.

Il pubblico ha sottolineato le esibizioni con applausi spesso a scena aperta, confermando il gradimento per questo “fuori programma”.

Nicola Ricci